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Messaggio per un 2009 pieno di consapevolezza

L’anno che è oramai alle nostre spalle ci ha richiesto impegno e energia. Alla fine le difficoltà lasciano il posto alle soluzioni. Le soluzioni non sono solo il frutto delle nostre azioni ma anche del modo col quale le abbiamo compiute. A volte una quantità omeopatica di energia può stimolare un complesso di azioni riflesse che può a sua volta rivitalizzare un intero sistema. Tuttavia l’impegno si applica attraverso un continuo fluire energetico e fare questo comporta un impiego costante di energia.

Ora che ci siamo esercitati o abbiamo dovuto esercitarci in tutto ciò durante il 2008 possiamo guardare a ciò che sarà il nostro lavoro durante il 2009.


La parola chiave che permette di entrare nel vivo della tematica di quest’anno è prosperità. In genere nella società odierna la parola prosperità è sinonimo di ricchezza materiale ma nello Yoga intendiamo con questo termine una ricchezza che riesce a coprire ogni nostro bisogno nel momento in cui intraprendiamo un’azione.

La prosperità non è possedere qualcosa di specifico ma poter contare su tutte quelle risorse che l’insieme delle sfide quotidiane richiede. La vera prosperità non è la ricchezza di uno ma la ricchezza di ciascuno, di tutti. Infatti chi detiene questo flusso di prosperità, proprio perché la sua caratteristica è il fluire, il condividere e il progredire, riconosce come sua attitudine il servizio dell’Umanità.


Se volete sapere qualcosa circa il percorso di un insegnante chiedetegli se e quanto si è dedicato al servizio disinteressato. La conoscenza non basta per costruire una relazione armoniosa con la propria anima, ci vuole una pratica costante di seva. Il corpo e la mente sono fatti per permettere all’anima di risplendere al di là di ogni ombra della vita: entrambi sono al servizio dell’anima. Quando passeremo attraverso il passaggio della morte l’anima e il corpo sottile saranno passeggero e veicolo mentre i restanti otto corpi del nostro sistema si disgregheranno.


La prosperità è qualcosa che si rinnova ogni giorno, essa viene a noi per sostenerci e per farci strumenti stessi di prosperità.

Dobbiamo sviluppare quelle qualità che ci consentono di volgerci in ogni direzione e vedere Dio lì dove volgiamo lo sguardo.

Questo è il senso del mantra Wahe Guru. Ci impegneremo quindi ogni giorno per ridurre le distanze che si sono formate con i pregiudizi e con le sconfitte del passato.

Guru Amar Das ha semplificato la cosa istituendo le cucine gratuite: ancora oggi potete entrare in un luogo di culto dei Sikh e offrire una piccola somma, qualcuno raccoglierà l’offerta e acquisterà il cibo che verrà distribuito in spazi coperti al di fuori del tempio. Sapete, si tratta di sedere tutti insieme e venire serviti in modo semplice e rispettoso, potete mangiare quanto volete e nessuno vi chiederà niente: non è un luogo per poveri, è un luogo per tutti e tutti sono invitati ad andarci, in verità, se si ha intenzione di andare al tempio, bisognerebbe passare prima per questo posto perché condividere in modo egualitario tra esseri umani è la condizione per poter accedere all’Uno indivisibile. Molto semplice: un’azione molto semplice che vale più di tante altre azioni e ti proietta in una dimensione ideale per vivere la vita.

Il corpo sottile è il fedele compagno dell’anima e veicolo di consapevolezza.

Guru Tegh Bahadur, il nono Guru del lignaggio dei Satguru, fu chiamato a dare di più perché chi non voleva condividere aveva lanciato la sfida e pretendeva un sacrificio: tranquillamente diede la vita per nutrire l’Umanità e ridurre la distanza col destino di felicità cosciente che è il destino collettivo.

Il numero nove rappresenta numerologicamente il corpo sottile che è ancora una manifestazione di separazione per quanto molto sottile: esaurire il percorso di consapevolezza, la morte di Guru Tegh Bahadur rappresenta questo, permette di aprirsi alla radianza, di unirsi con la coscienza universale. Allora proviamo a diventare più sottili e a capire meglio ciò che sta accadendo in noi e intorno a noi. Possiamo farlo soprattutto se impariamo a servire, se quindi impariamo ad ascoltare il bisogno di amore, di incoraggiamento, di serenità, di speranza, di pace, di cibo e di cibo condiviso che emana da ciascuno.

La vera meditazione è lo Yoga del servire e andare attraverso ogni forma di riconoscimento che vogliamo ricevere fino a raggiungere, e lo possiamo fare solo attraverso la pratica, uno stato di purezza in cui l’azione si completa senza bisogno di alcun riconoscimento se non quello immediato della coscienza stessa di chi questa azione la compie.

Per darci una direzione più sicura verso la prosperità vi consiglio di praticare il mantra Har Har Har Har seguito dalle otto espressioni divine Gobinde, Mukande, Udare, Apare, Hariang, Kariang, Nirname, Akame. In questo mantra composto di nove parole Har definisce uno spazio quadrato all’interno del quale si compie l’offerta sacrificale dell’anima: la creatività si dispone richiamando la forza trascendentale dai quattro chakra dell’Universo e la espande verso le otto infinite direzioni o otto qualità del Divino. Come una divinità che sedendo su un felino che emette quattro ruggiti esegue una danza con le sue otto braccia brandendo otto attributi.


Coraggio! Intraprendiamo con sorriso e intensità questa strada e incamminiamoci insieme verso il 2009.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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